Robert Duncan



La Danza

dai suoi danzatori circola tra gli altri
                       danzatori. Questo
potenziale tiepido febbrile eccesso di
                       movimento fa
a ogni uomo toccare il terreno co-
                       ordinato.

Gentili i loro piedi pestano il solido prato verde.
                       I danzatori
fiori finti — radice stelo stame e petalo
                       sono le nostre parole,
le nostre articolazioni, i nostri
                       ritmi.

È la gioia che supera il piacere.

        Hai perso il passo, lei disse

o lo capii dai suoi occhi, Ora
il vecchio Friedl mi è diventato così piacevole,

        ricordo solo la verità.
        Lo giuro sul mio desiderio.

        Hai vinto il desiderio, lei disse
        I numeri ti sono entrati nei piedi

               gira gira gira

        Quando sei davvero andato, ragazzo, caro ragazzo...

        Dove sono andato, Tesoro?

        Al Valzer, Danzatore.

Gentili le nostre evoluzioni addolciscono il prato.
Nella sfrenata scena di Ruben i danzatori di Maggio ci
    insegnano che ai nostri tentativi manca l’abbandono!

Maximus ci chise di danzare l’Uomo.
Noi a lui chiediamo di cavar
      stagione da una stagion-
ata mente!

                    Gentili
ci uniamo a danzare il verde al prato.

Aveva ragione Whitman. I nostri nomi sono lasciati
        come foglie d’erba,
immagine e desiderio, il vigore umano
come erba che sopravvive alla stagione più crudele.

              Vedo ora uno splendore.
              I danzatori dispersi.
              Giacciono in mucchi, esausti,
              stanchi morti diciamo.
              Dormiranno sino a mezzogiorno.

              Ma io presto feci ritorno
              per il silenzio,
              per la fitta gentile che è
              un fiore,
              feci ritorno al silenzioso terreno di danza.

(Quell’estate quello era il mio lavoro. Danzavo sino alle tre, poi su che la sala fosse pulita prima delle nove — bottiglie di birra, mozziconi di sigaretta, ricordi di carta della notte prima. Scriverlo ora, è fieno di secondo taglio, il silenzio, ricordo anche quella parte della danza, un’articolazione del tempo di danza... come ne è un passo il sonno quasi di morte. C’è tutto in una poesia, su Friedl, che nel profondo gemeva. Ma era un’altra camera quell’estate. Parte della mia descrizione. Cosa vedo è un prato..

       me ne andrò prima che si alzino..

             e la rugiada che brilla.

Robert Duncan, 1960
“poesie”, Newton Compton editori, Roma, 1981, pp. 28-32