Passi di danza sulla scacchiera

A partire dal tardo Medioevo il nostro gioco ha spesso ispirato opere che aiutano a comprendere quanto profondamente sia mutato, nel corso dei secoli, il rapporto tra scacchi, arte e cultura.
Ferruccio Pezzuto (1)
[ Les Echecs - Photo: Martha Swope ]Non può passare inosservata la notizia, giunta recentemente, di una nuova produzione della compagnia di danza dell’Anglo-American Ballet dal titolo “Les echecs”. Un balletto a tema scacchistico non rappresenta certo una novità ma era da oltre un decennio che non ne veniva proposto sulla scena internazionale uno nuovo. Il merito va a Catherine Kingsley, conosciuta come danzatrice anche in Italia per avere fatto parte del corpo di ballo dell’Opera di Milano. La coreografa inglese ha ideato uno spettacolo della durata di soli 20 minuti ma dal ritmo molto serrato. Su musiche composte da Rosenberg, Larrson e Berwald i ballerini, vestiti con costumi rigorosamente in bianco e nero ispirantisi al periodo elisabettiano, danno vita ad una vera e propria partita sfidandosi con atteggiamenti bellicosi. Il personaggio principale è la Regina bianca, interpretata da un’ottima Lenore Pavlakos. Non viene sviluppato, a differenza di quanto si può rilevare nei balletti a tema scacchistico antecedenti, un tema particolare (se non quello, generico, che vuole l’uomo essere un pezzo manovrato da altri che decidono il suo destino). La scacchiera, quasi un ring dal quale non è concesso uscire, rappresenta il contenitore di un flusso ininterrotto di evoluzioni. È proprio il suo utilizzo in funzione squisitamente scenica (senza rinunciare per questo a lanciare suggestioni di tipo esoterico) il dato saliente di questo balletto così come di altri eventi teatrali contemporanei: basti pensare all’enorme scacchiera ideata dalla scenografa Julie Taymor per l’apertura del secondo atto dell’allestimento de “Il flauto magico” di Mozart ammirato dal pubblico del Metropolitan di New York in prima assoluta lo scorso 11 ottobre.

Se si pensa a quanto fatue e stucchevoli erano le rappresentazioni di danza ispirantisi al gioco degli scacchi di gran moda nelle corti italiane ed europee dal tardo Medioevo fin quasi agli albori dell’Illuminismo (nelle quali gli scacchi simboleggiavano lo scontro amoroso tra l’amante e l’amata secondo i canoni della tenzone cortese), ci si rende conto di quanto profondamente sia cambiato il rapporto tra il nostro gioco e la cultura nei suoi molteplici aspetti. Per dirla in un altro modo, gli annoiati nobili che assistevano a Versailles, insieme a Re Luigi XIV di Francia, il Re Sole, al “Ballet des echecs” non sono paragonabili allo spettatore moderno al quale si rivolge Catherine Kingsley o si sono rivolti, antecedentemente, autori quali Bohuslav Martinu, Arthur Bliss e Regine Chopinot. Segno questo di quanto profondo sia ormai l’intreccio tra gioco e arte e, più in generale, tra gioco e cultura.

Nel secolo scorso, i migliori esempi di balletto su tema scacchistico sono stati rappresentati da “Echec au Roi” del ceco Bohuslav Martinu (1890-1959) e da “Checkmate” del 1937. Poco conosciuto così come il suo realizzatore, che fu autore di musiche per opera ma anche ideatore di balletti, “Echec au Roi” (che deve il titolo francese al fatto di essere stato concepito a Parigi tra il 18 gennaio ed il 17 febbraio del 1930) si avvale di un libretto scritto da André Coeuroy. La storia è semplicissima: su una scacchiera rossa e bianca due giocatori, l’Asso di picche e un pezzo del domino, danno vita a una partita (l’apertura è una Spagnola). Sotto la supervisione di un arbitro, rappresentato da un dado per backgammon, sfilano nell’ordine esibendosi in altrettanti a solo i Cavalli, gli Alfieri, le Torri e le Regine. Dopodiché l’incontro si sviluppa in modo caotico, considerato anche che la disposizione iniziale dei pezzi è sbagliata. All’improvviso l’Asso sprofonda in una lunga riflessione che fa piano piano cadere in uno stato di torpore tutti i pezzi. Una musica lenta e venata di blues sottolinea questa fase del balletto. Il finale, con l’inevitabile scacco matto, è invece preannunciato da un Allegro vivace.

“Checkmate” può fregiarsi delle musiche composte appositamente dall’inglese Arthur Bliss che si avvalse delle collaborazioni eccellenti di Ninette de Valois (che lavorò anche con il famoso Diaghilev) per la coreografia e di McKnight Kauffer per le scene e i costumi. Grande appassionato di scacchi, Bliss pensò questo balletto come a una lotta impari tra l’Amore e la Morte dall’esito scontato ma che lascia aperto, con il suo finale, uno spiraglio alla speranza. Sospesa tra i due opposti del romanticismo e dell’antiromanticismo, l’opera – come scrive il critico musicale Corrado Rollin – dà “quella sensazione di equilibrio instabile tra simbolismo e oggettività che è una caratteristica fondamentale del gioco”. I ballerini, metà uomini e metà marionette, si muovono guidati dai due giocatori: l’Amore coperto da un’armatura dorata mentre la Morte ne indossa una nera seduti immobili su un podio di fronte ad una scacchiera.

Per ritrovare un’opera successiva degna di nota, bisogna fare un salto fino al 1990, anno nel quale vede la luce “Ana” (sottotitolo “à l’envers, l’endroit deux ‘A’ bien distincts qui disjonctent autour d’un mime fusible”), balletto ideato dalla coreografa francese Regine Chopinot su musiche di Cyril de Turckheim, il quale fa ampio ricorso a canzoni dell’infanzia. Si tratta di un’euforica partita a scacchi, impreziosita dai costumi del noto stilista Jean-Paul Gaultier, che vuole rendere omaggio a Lewis Carroll. Si ispira infatti ad “Alice attraverso lo specchio” che rappresenta il proseguimento del precedente “Alice nel Paese delle meraviglie”. Se in quest’ultimo lavoro i personaggi erano carte da gioco, in “Alice attraverso lo specchio” sono pezzi del gioco degli scacchi (Alice è un pedone bianco che dalla casa di partenza raggiunge l’ottava traversa, diventa Regina e vince la partita) il cui comportamento, pur colorandosi di originalissimi toni comici, è determinato dalle regole della partita. Come è noto, nel mondo rarefatto che sta al di là dello specchio tutto è alla rovescia. Si tratta di una dimensione fiabesca animata da una carrellata di personaggi indimenticabili quali i due gemelli Twidledee e Twidledum, la Regina Bianca, Humpty Dumpty, il Cavaliere Bianco che accompagna Alice fino all’ultima mossa.

Come è stato reso col linguaggio della danza tutto questo? Cercando di inserire gli elementi fantastici in un contesto che permettesse agli spettatori di potere seguire le avventure di Alice senza perdere il filo del racconto. Anche in questo caso, resta valido il principio formulato dal regista Bridges Adams: “Se vuoi divertirti con un concetto intellettuale esatto come gli scacchi, blandisci il tuo pubblico con un po’ di realismo, così accetterà meglio le tue innovazioni fantastiche”. L’aspetto interessante che emerge da questa sintetica analisi del binomio scacchi-danza è che ogni volta che il balletto si avvicina al tema degli scacchi si nota come quest’ultimo riesca ad essere declinato secondo sensibilità, tecniche espressive e gusti estetici diversi ma dagli esiti sempre gradevoli e stimolanti. La qual cosa ci porta ad affermare che questo binomio è ancora lontano dall’avere esaurito tutte le proprie potenzialità.


(1) Torre & Cavallo Scacco!, n. 3, marzo 2005, pp. 25-26.